QUANDO QUALCUNO DICE '' IMPOSSIBILE '' ..  SENTO GIÀ CHE LO POSSO FARE.

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Prima Mondiale  - 365 km No Stop a piedi - Emirati Arabi Uniti - 18 /23 March 2016

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PERCHÉ IL TROPICO DEL CANCRO

Sono un totale sostenitore della pulizia, intesa come una liberazione da tutto ciò che di materiale ed energetico riempie inutilmente i nostri armadi, la nostra mente e spesso anche la vita di chi ci sta vicino. Un bollitore inutilizzato da anni, il rimpianto stantio di non essere salito su quel treno o il rimuginare in moto perpetuo e continuo verso una situazione ormai passata seccando gli altri e più spesso se stessi.

 

Il mio concetto di "conservazione" è legato all'utilità. Sì alla maglia del mio primo record, ai disegni dei miei figli,al mio primo disco di Freddy Mercury e a ogni cosa che riesca a rappresentarmi al massimo e la cui vicinanza fisica ed emotiva riesca a spingermi oltre, mai un passo indietro.

 

E fatalità sono proprio un paio di scarpe ortopediche a non avermi mai fatto arretrare e ad avermi permesso di correre come un pazzo e di continuare a farlo.

 

A 6 anni un ortopedico mi prescrisse queste scarpe sostenendo che la mia definita "iperattività" fosse dovuta a una seria problematica ai piedi e consigliò a mia madre di fare in modo che non mi sforzassi eccessivamente nel gioco invitandola ad indirizzarmi ad attività moderate e poco intense. Mi vennero infilate e ricordo perfettamente di aver iniziato a camminare nell' insofferenza totale per quella situazione che sentivo ingiusta e innaturale nella piena esplosione del mio sviluppo.

Dai primi tentativi di ribellione alla tristezza è stato un attimo. E la fortuna ha voluto che mia madre rifiutasse l'idea che a 6 anni fosse possibile essere tristi.

Ed ecco che le mie scarpe sono balzate fuori dalla finestra. Me le ha tolte e le ha lanciate nel cortile di fronte.

 

Mi ha detto " Da oggi camminerai sempre scalzo" , mi faceva correre a piedi nudi nella terra, tra i sassi e nella ghiaia. Non so ancora se sapesse quello che faceva o se solo da madre lo sentisse ma so di aver corso tanto, di avere nel cuore e nei piedi 11 record e che queste scarpe sono uno degli oggetti più cari che ho.

 

Spesso proprio quelli che crediamo essere dei limiti rappresentano una spinta enorme alla propria realizzazione. E invito tutti a trovare almeno uno di questi oggetti o incontri o situazioni nella propria vita. Ognuno ha le proprie "scarpette ortopediche" da mandare a fanculo per poi tenere strette!

 

Ed è proprio ringraziando queste scarpe che voglio annunciare il mio prossimo record: TROPICO DEL CANCRO - Prima mondiale - 365 km no STOP - Emirati Arabi - 18/23 Marzo 2016 

 

‪#‎dontcrackunderpressure‬‪ #‎maxcalderan‬ ‪#‎thesonofthedesert‬

IL TROPICO  DEL  CANCRO

I am Not Average

Il Tropico del Cancro deve il suo nome al fatto che in passato il Sole, nel solstizio d'estate, si trovava nella costellazione del Cancro; questo oggi non è più vero, a causa del fenomeno della precessione degli equinozi, ma il nome resta inalterato. Dal punto di vista astrologico, nello stesso giorno il Sole fa ingresso nel segno zodiacale del Cancro: per definizione, infatti, l'arco del quarto segno ha come punto d'inizio il punto in cui si trova il Sole nel solstizio d'estate.

 

Benché la posizione dei tropici si consideri spesso come fissata, la distanza dall'equatore varia leggermente nel tempo, a causa degli spostamenti dell'asse di rotazione terrestre. Nel 2014 il tropico del Cancro è situato a 23° 26' 14,675″ a nord dell'equatore, in avvicinamento all'equatore di qualche frazione di secondo di latitudine ogni anno.

 

Nel 1917 la distanza dall'equatore era di 23° 27′. Ciò comporta una lievemente minore differenza stagionale alle alte latitudini .

 

Max Calderanlo ha attraversato in Oman nel 2007 coprendo la distanza di 437 km in 90 ore .

 

Il 18 Marzo 2016 ha completato il Tropico del Camcro in Emirati Arabi coprendo una distanza di 365 km in 128 ore incontrando sabbia finissima, temporali  con pioggia fitta (!) inauditi e fortissimo vento che di giorno soffiava contro.

 

La partenza dal confine con l' Arabia Saudita lo ha portato fino al confine con l'Oman dopo oltrre 600.000 passi stimati e oltre 10.000 metri di dislivello positivo effettuato sulle migliaia di dune del percorso.

L' IMPRESA - PRIMA MONDIALE  - IL RACCONTO DELLE 128 ORE DI ESPLORAZIONE ESTREMA

Max Calderan selfie al  check point 

Il letto.. di Max Calderan durante i microcicli di sonno 

Articolo di Giovanni Cortinovis - giornalista

 

 

Max Calderan ha attraversato il Tropico del Cancro

Intervista al runner che ha percorso 340 km. a piedi in 5 giorni mangiando tonno e dormendo 7 minuti

 

Ennesima impresa di Max Calderan, l’esploratore di Portogruaro che attraversa i deserti in solitario, spostando ogni volta l’asticella del genere umano. L’ex manager veneto ha appena attraversato il Tropico del Cancro, dagli Emirati Arabi all’Oman: 340 chilometri a piedi in 5 giorni, in condizioni climatiche estreme. Recuperate le forze, ci ha telefonato da Dubai dove vive con la famiglia per raccontarci come è andata.

 

Quando è nato il progetto?
Nel 2007, quando avevo concluso il Tropico del Cancro in Oman: feci 437 chilometri in 90 ore non stop. Volevo farlo nel 2008, poi l’ho posticipato per realizzare altri record, altre prime che mi sembravano più interessanti.

 

Qual è la differenza tra le due imprese al Tropico del Cancro?
Per la morfologia del terreno, il Tropico del Cancro in Oman è stata una sfida estremamente difficile perché era mista, cioè con un primo tratto di sabbia, tantissimo terreno montagnoso, tanti dislivelli e, soprattutto, l’impossibilità di essere seguiti per lunghi tratti, fino a 70 chilometri. Quindi non c’era alcuna possibilità di essere soccorso. L’ultimo, invece, è stato un itinerario che si è sviluppato solo su sabbia, dall’inizio alla fine. La prima sezione, dal confine con l’Arabia Saudita alla prima strada, dopo 100 chilometri, aveva una parte totalmente vergine, cioè nessuno ci era mai andato prima. La seconda sezione, di 70 chilometri, era quasi esclusivamente vergine. Da metà in poi, invece, era mista, cioè in alcuni tratti non ci era mai stato nessuno.

 

Come nasce questa tua passione?
Il primo grande sogno l’ho avuto a 7 anni, quando nel 1974 mia madre mi comprò quest’enciclopedia che parlava del deserto dell’Empty Quarter, in Arabia Saudita: 1.200 chilometri totalmente inesplorati che ho in programma l’anno prossimo. Da allora non c’è una scelta razionale delle esplorazioni, ma quando sento qualcuno dire che in un posto è impossibile andarci penso dentro di me di potercela fare.

 

Qual è la paura maggiore nell’affrontare terreni vergini?
Ciò che io faccio sono esplorazioni e già il termine contempla che nessuno sia mai entrato in queste aree o nessuno ha mai pensato che fosse possibile entrarvi. Non essendo una competizione, anche essere solo a 5 chilometri da un’auto può essere discriminante tra sopravvivere oppure no. Le caratteristiche del terreno possono portarti a compiere in un un’ora, anche per uno allenato, uno o due chilometri perché, per esempio, la sabbia è fine, il percorso non è piano o perché c’è una tempesta di sabbia. Basti pensare che il team di supporto si è dovuto fermare nei primi 10 chilometri più di 10 volte perché le auto erano piantate nella sabbia. Pertanto, quando parto, so che potrò essere raggiunto o anche no. Il grande “question mark” quando affronto un’esplorazione estrema è: torno o non torno?

 

Max Calderan  ai primi 100 km

Max Calderan  si protegge dalla tempesta di sabbia al 260 km 

 

Come vive la tua famiglia la partenza?
C’è una grandissima fiducia nei miei confronti: anni di allenamenti mi hanno portato a sostenere fatiche e privazione di sonno, di cibo e di acqua che sono anche studiate da università, ad esempio in Toscana dove hanno fatto uno studio sul Dna. Tre anni fa in Sinai, facendo il Ramadan con i beduini, quindi in digiuno, ho fatto 250 chilometri in 48 ore in piena estate. Ad oggi, grazie a Dio, riesco a coprire 100 chilometri senza bere nulla, in piena estate, in meno di 24 ore. Quindi il mio margine di sicurezza è molto elevato. Considera poi che di notte continuo; nell’ottica dell’esplorazione non è pensabile affrontare nelle ore diurne alcune tipologie di terreno, perché la sabbia è diversa come consistenza dalle ore notturne.

 

Ascolti musica durante le tue imprese?
No, nemmeno in allenamento. È un qualcosa che mi allontana completamente da ciò che faccio. Anche quando mi alleno sui grattacieli di Dubai. Per prepararmi alle dune mi alleno sulle scale antincendio: nell’ultimo allenamento ho fatto 700 piani non stop simulando le dune: 3 piani in salita, 2 in discesa, 4 in salita, 3 in discesa, 5 in salita, 4 in discesa e via dicendo per 700 piani, in notturna, in privazione di sonno, di cibo e di acqua.

 

Cosa ti indica la giusta direzione?
Il GPS ti dà la direzione: per esempio tra 10 chilometri c’è il punto X. Ma questi 10 chilometri possono trasformarsi in 18 chilometri. Ci sono delle dune che sono dei grovigli in cui entri dentro con delle pendenze che preghi, piangi ogni volta che vedi la fine, ma poi ti si apre qualcosa di ancora più alto. Soffri, sputi sangue, cerchi di arrivare e pensi di essere arrivato e ti butti in ginocchio. Dici: “Non ce la faccio più, è finita”, e ti ritrovi che c’è ancora una duna. E il GPS ti dice che devi andare a sinistra e non riesci fisicamente perché la sabbia ti spinge in un’altra direzione. Allora succede che devi spegnere completamente il cervello, non devi più pensare, fisicamente devi renderti conto che hai dei limiti, oltre quelli non puoi più andare. Se vuoi sopravvivere, devi accettare che in quel momento lì sei un ospite in qualcosa che è più grande di te.

 

Come riesci a riposare al sicuro dagli animali?
Questa volta la difficoltà è stata che ha piovuto forte, anche se per poco tempo. La temperatura è scesa tanto, rischiavo di andare in ipotermia. Quindi ho fatto un buco nella sabbia finché ho trovato la sabbia asciutta. Mi sono buttato dentro, mi sono chiuso nel sacco e coperto con la sabbia per riuscire a riportare caldo. Ma quando piove spariscono le tracce: se c’è la traccia di un topolino, c’è al cento per cento un serpente che lo può mangiare, allora questo è un posto pericoloso. Dove c’è vegetazione possono esserci delle volpi. In Oman ho trovato una iena, piccola. Al confine con lo Yemen ho trovato il leopardo del deserto, era piccolo ed è scappato. Solo la grande esperienza ti può aiutare a trovare il luogo ideale dove dormire.

 

Fai sempre microcicli di sonno?
Sì, di 7 minuti, ma quest’anno ho fatto un errore: ho sottovalutato il Tropico del Cancro, la tipologia della sabbia e del terreno. Sono partito e pensavo di fare 80-100-120 chilometri al giorno. Ma il primo giorno, dopo 15-20 chilometri, sono entrato in una sabbia talmente fine che ho iniziato a sputare sangue. E alla fine del primo giorno ho detto: “Sono stato un gran coglione”. È stato l’unico momento in cui ho pensato di mollare, ma poi ho deciso di cambiare strategia. Ero dilaniato, non avevo più un briciolo di energia. Al calare del sole ho deciso di spararmi un’ora e mezzo di sonno, ho mangiato un casino di proteine, scatolette di tonno e sardine, datteri, noccioline, tutta roba salatissima per compensare il massacro muscolare. Non uso integratori alimentari perché nel deserto non mi servono. Poi sono ripartito.

 

Cosa ti porterai dietro di quest’esperienza?
La consapevolezza totale di cosa ho fatto, che è mancata in tutte le esperienze precedenti. Quest’impresa è la più dura mai fatta e mi ha dato la coscienza di dove posso aver collocato il mio limite assoluto, in termini umani. In questo viaggio sono arrivato al limite, l’ho toccato, ho spinto il mio corpo e la mia testa all’estremo. A quel punto arrivi in un limbo: non c’è più il vento, non c’è più la fatica, la fame. La tentazione è di andarci oltre perché non senti più nulla, ma pensi che vuoi tornare a casa. E lo lasci andare perché c’è qualcosa di più importante che si chiama vita.

 

Max Calderan , con una bottiglia di plastica modificata per ripararsi dalla sabbia portata dal vento

L' ARRIVO !!

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